UNA FRASE AL GIORNO

IL BLOG DELLA DOTT.SSA SR.SARA NICOLINI

“Là dove il dolore si nasconde, cresce la madreperla della vita.

Solo la madreperla stillata dalla carne ferita genera cerchio dopo cerchio un tessuto unico per

forma, colore, lucentezza.

La bellezza della vita è

imperfezione!”

(D’Avenia)

sabato 26 dicembre 2015


BUON NATALE

Augurandovi buon Natale, vi invito a guardare questo video che mi ha fatto molto riflettere e commuovere...
Natale è prendersi cura... imparare a prendersi cura e a lasciare che qualcuno si prenda cura di noi... 
La nascita di un Dio che si è fatto piccolo, bambino, è proprio questo... Ha voluto che qualcuno si prendesse cura di Lui... per mostrarci che non è poi così male... anzi... la debolezza, la fragilità, il non sentirci forti e superiori... crea relazioni.
E allora Buon Natale... di tenerezza.

 

lunedì 7 dicembre 2015


IL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

Non credo si debbano spendere troppe parole per spiegare il significato della parola Misericordia. 
In questo periodo sono stati pubblicati tanti libri. 
Vi riporto solamente il significato etimologico perchè credo sia già molto esplicito:  "Misericordia, parola di origine latina, viene da “misèreo” (ho pietà) e  “Cor “-  genitivo Cordis (Cuore) esprime il sentimento per il quale la miseria altrui tocca il nostro cuore.   Si può esprimere anche con la parola Compassione, ovvero condivisione del pathos, del sentire, della sofferenza altrui."

Allego un video che mi ha commosso.... è la lettera scritta da un marito e papà che ha perso la propria moglie nell'attentato di Parigi.
Credo ci insegni a fare Natale. Le sue parole sono parole di perdono e misericordia.

 

 

mercoledì 2 dicembre 2015


UNA MANCIATA DI SASSI COLORATI


Si sta avvicinando Natale a grandi falcate, e con esso, come ogni anno inizia la corsa ai regali… Magari sempre più costosi.
L’altro giorno, mentre andavo a lavorare dai miei pazienti, mi si è avvicinato un uomo, che conosco, tutto trafelato, chiamandomi forte per nome.
Pensavo non stesse tanto bene o come al solito volesse chiedere a me, proprio a me, una sigaretta. Ammiro la sua tenacia… a pormi la stessa domanda ogni volta che mi incontra e il suo sguardo remissivo, ogni volta che ascolta la mia risposta negativa.
Ma questa volta non voleva una sigaretta.
Con la luce negli occhi, mi ha preso la mano, sussurrandomi entusiasta che aveva un regalo per me, un regalo prezioso, per Natale.
Aprii la mia mano e sentii appoggiarsi nel palmo tanti sassolini. Li guardai, erano minuscoli sassolini colorati… Poi guardai i suoi occhi colmi di soddisfazione e di gioia che attendevano una risposta dai miei.
Era solo una manciata di sassi colorati, ma per lui così preziosi, perché nella sua realtà erano pietre di valore che avrei dovuto conservare gelosamente in un posto sicuro perché nessuno potesse prendermele.

Non ho potuto non provare commozione e stupore di fronte a questo gesto. Il vero significato del “regalo”, quell’uomo l’ha compreso…. Il valore ad un oggetto glielo diamo noi, attraverso il significato che gli attribuiamo, che non è reale, cioè dell’oggetto stesso, ma diventa reale nel momento in cui interviene la spontaneità del nostro cuore.

giovedì 19 novembre 2015


LA COMPASSIONE: UNO SGUARDO CHE CAMBIA


"Tutto a un puntino," rispose, inchinandosi, il Nibbio: "l'avviso a tempo, la donna a tempo, nessuno sul luogo, un urlo solo, nessuno comparso, il cocchiere pronto, i cavalli bravi, nessun incontro: ma..."
     "Ma che?"
     "Ma... dico il vero, che avrei avuto piú piacere che l'ordine fosse stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso."
     "Cosa? Cosa? Che vuoi tu dire?"
     "Voglio dire che tutto quel tempo, tutto quel tempo... M'ha fatto troppa compassione."
     "Compassione! Che sai tu di compassione? Cos'è la compassione?"
     "Non l'ho mai capito così bene come questa volta: è una storia la compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender possesso, non è piú uomo."
     "Sentiamo un poco come ha fatto costei per moverti a compassione."
     "O signore illustrissimo! tanto tempo...! piangere, pregare, e far cert'occhi, e diventar bianca bianca come morta, e poi singhiozzare, e pregar di nuovo, e certe parole..."

                                                                                        (cap. 21 Promessi Sposi)


E’ l’incontro con la compassione che cambia il cuore dell’uomo; è l’incontro con uno sguardo di misericordia e di accettazione della realtà che favorisce il cambiamento in una famiglia e in una coppia.
Mentre leggo la relazione sinodale sulla famiglia, cercando di non lasciarmi influenzare dai vari commenti giornalistici, percepisco pienamente la sintonia con il lavoro che svolgo in terapia.
Tutto concorre a sentirmi ancora più a mio agio in quello studietto dove incontro tante storie di sofferenza e dolore, in modo particolare con le coppie che, quando si presentano è perché sono in difficoltà e fanno l’ultimo tentativo prima di dover arrivare alla separazione.
L’accompagnamento di coppie che si perdono, si fanno del male, si allontanano ferite e poi ritornano.
Sguardi di rancore, di dolore, di noia e senza speranza possono trasformarsi? Capovolgersi?
A volte ciò che avviene dentro quelle quattro mura silenziose, fa male anche a me e l’incontro si trasforma in scontro duro e spesso acceso, dove non importa più chi si ha di fronte, l’importante è solo sfogarsi e buttare fuori tutta la sofferenza che spesso si trasforma in rabbia.
Il sinodo parla di “arte dell’accompagnamento”, che non significa dire fate un po’ come volete, ma farsi carico delle difficoltà concrete delle coppie, senza calare dall’alto risposte precostituite, ma piuttosto mostrando come raggiungere concretamente uno sguardo di compassione.
E’ un percorso di umanizzazione nell’esperienza dell’amore, quello che cerco di vivere con loro. Un cambiamento di sguardo che vede però protagonisti loro e non me.
E’ da loro che deve partire il cambiamento; nessun consiglio è sufficiente, per quanto buono e saggio. Ma l’incontro con la compassione e sentirsi accompagnati, dà loro la forza e il coraggio di mettersi in cammino.
A volte ci si chiede che funzione abbia lo psicoterapeuta… Potrei riassumerla dicendo: fare delle domande, ma non domande qualsiasi, domande che cambiano uno sguardo e aiutano a dare una nuova lettura agli avvenimenti passati e presenti rivolgendosi al futuro.
Cosa ha in più uno psicoterapeuta consacrato? Fare le stesse domande, ma senza usare parole, far percepire la compassione di Cristo accompagnando nella libertà. E’ attraverso l’umanità, la vera umanità che passa anche un messaggio nuovo, che magari non sarà mai chiamato Gesù Cristo, ma sguardo d’amore vero, nuovo e lì, dove c’è uno sguardo d’amore vero e compassionevole c’è l’umanità di Cristo.
Penso ad una coppia che sto vedendo da un anno, una coppia che è arrivata a me attraverso la bambina. Sì, perché sono i bambini che portano i genitori manifestando un disagio con dei sintomi. Poi quando vai in profondità, comprendi subito che la fatica è a monte, cioè che quel bambino ha fatto semplicemente da tramite, indicando il bisogno di aiuto dei propri genitori.
Un marito che viveva di rabbia per una moglie che si era allontanata dando tutto: tempo, sguardi, amore ai figli, dimenticandosi di aver accanto un uomo con cui condivide una vita.
Il cammino fatto con loro è stato quello di cambiare sguardo e di comprendere il linguaggio dell’altro; ma soprattutto di accompagnarli al perdono. Sì perché anche in psicoterapia il perdono è la prima terapia. Solo attraverso il perdono si può ricominciare nuovamente a vivere e a stare con occhi buoni di fronte all’altro.






sabato 7 novembre 2015

LA PAURA DI STARE ACCANTO ALLA SOFFERENZA

Di fronte alla sofferenza, ad una sofferenza che spiazza, l’uomo è portato “naturalmente”, a prendere una distanza.
Chi soffre spesso si chiude, isolandosi un po’, come se quella sofferenza fosse un’intimità da custodire e alla quale nessuno può accedere perché incomprensibile.
Questo però sembra giustificare una scelta, non giudicabile, delle persone che hanno un legame con chi soffre.
La sofferenza fa paura a chiunque… se si potesse fuggire da essa, abolirne il termine, eliminarlo da ogni vocabolario e dalla memoria di ogni uomo!
Perché stare accanto a chi soffre fa così paura? Perché quelli che si ritenevano “amici”, di fronte a un dolore si dileguano?
Semplicemente perché si ha paura di confrontarsi con qualcosa che spesso non ha spiegazioni, con un mistero che ci supera.
La sofferenza ci fa sentire piccoli, fragili, impotenti, inadeguati, vulnerabili…in fondo creature.
In una società dove si fa di tutto per esorcizzarla, l’uomo si sente a disagio di fronte a chi soffre. Il dolore è scomodo perché mi richiede una riflessione profonda, mi mette in discussione; mette in discussione l’intera mia vita, le relazioni.
Mi pone di fronte ad una domanda esistenziale e a noi le domande esistenziali spaventano perché vanno a toccare un equilibrio.
Una mamma che perde il proprio figlio diventa una provocazione per la vita di chi le si accosta… per ogni vita, anche per la mia.
E’ più semplice andarsene, piano piano, giorno dopo giorno, con la scusa che …. “cosa potrei fare?”; “quando è così una persona ha bisogno di stare sola”…
Perché l’impotenza diventa così insostenibile? Perché dentro di noi c’è la convinzione che, se non si fa qualcosa, si è inutili.
Non pensiamo che chi soffre non ha bisogno di qualcuno che faccia, ma di qualcuno che abbia il coraggio e l’amore per stare accanto; per esserci con la propria impotenza, con la propria storia… con la consapevolezza di essere semplicemente una creatura….

Stare accanto al dolore ci smaschera, ci dice chi siamo, ci insegna a vivere, ci rende pienamente uomini e donne …. Creature… ed è difficile accettare di esserlo.



domenica 25 ottobre 2015

IL VALORE DEL TEMPO


...non c'è più tempo.... sembra che le nostre giornate siano invase dagli uomini grigi, che ci rubano il tempo. Anche per me è così... una lotta per trovare il tempo di fermarsi, di scrivere, di leggere, di relazioni vissute senza fretta... (scusate se mi sono assentata per un po').
Il tempo che è condizione diversa per ognuno... tempo che si vorrebbe scorrere più veloce per portare via il dolore, la sofferenza di una perdita. Tempo che si vorrebbe fermare per poter gustare un attimo di felicità. Tempo che scandisce gli incontri, le vicende... che sembra scappare quando stiamo bene...
Tempo eterno per poter sognare, volare, respirare aria.... 
Tempo che non c'è ancora per un bambino e tempo che non c'è più per chi ha raggiunto l'eternità...
In fondo è questo che intende Gesù quando invita a "tornare come bambini"... ritrovare il giusto valore di un tempo, come un bambino che non lo avverte e che quindi gusta tutto e non ha fretta, se non sono gli adulti a riempire il suo tempo di mille impegni, fino a non avvertire più un attimo di "noia". Tempo che non ci basta mai; ritrovare la qualità di un vissuto che inseguiamo perchè non riusciamo più ad asaporare nulla e allora sì che a volte dovremmo tornare a vivere di favole..., di paradiso qui sulla terra, per gustare ogni ora, ogni minuto, ogni secondo della propria vita... dipende da come lo viviamo... e sarà una meraviglia... un attimo di eternità.




sabato 29 agosto 2015

VOLO DI NOTTE

Volo di notte è il titolo di un libro di Antoine de Saint-Exupéry, il famoso autore del Piccolo Principe.
Non voglio descrivervi il contenuto; è il titolo che ha richiamato la mia attenzione.
Com'è possibile volare di notte o meglio volare nella notte?
La notte non mi fa intravvedere nulla; la notte è buia e il mio sguardo, se sono nella notte, non riesce a volare, così come non riesce la mia anima.
Semmai è un volo radente, incapace di librarsi, non sa accorgersi che sopra, magari nascoste dalle nuvole, possono esserci miriadi di stelle.
E' la notte dei sensi, del gusto, dello spirito, direbbero i grandi mistici; la notte dove tutto è oscuro e non rimane che abbandonarsi ed attendere una scintilla di luce che riillumini le pareti del proprio cuore, della propria vita.
Ma questa notte potremmo anche definirla con altri termini: depressione.
E' così che viene descritta dalle persone che si sentono avvolgere da essa e vengono a chiedermi aiuto. 
In fondo, magari per motivazioni differenti, ma la sintomatologia è simile.
Assenza di senso, non sapere più chi si è; i gusti si sono cancellati, rimane un estremo bisogno di luce. 
C'è però una differenza ed è quella che, nonostante tutto, nella notte della fede è possibile continuare a volare.


"Ad ogni perdita di quota, il motore vibrava così forte che tutta la massa dell'aereo era scossa da un tremito come di collera. (...)
Non distingueva più la massa del cielo da quella della terra, perduto in un'ombra in cui tutto si confondeva, un'ombra da origine dei mondi. (...)
E in quel momento, al di sopra di lui, in uno squarcio della tempesta, brillò qualche stella.. aveva tanta fame di luce che salì. (...)
E via via che saliva, le nuvole perdevano il loro fango d'ombra... emerse.
Lo colse una sorpresa assoluta: la luminosità era tale da abbagliarlo. Non avrebbe mai creduto che di notte le nuvole potessero abbagliare. (...)
Era catturato in una parte di cielo sconosciuta e nascosta come la rada delle isole felici.(...)
Simili a quei ladri nella città delle fiabe, murati nella camera del tesoro da cui non potranno più uscire."

Questo è volare di notte e nella notte.
La notte può diventare un habitat di luce se se ne coglie il significato, l'importanza. Non è facile quando si è immersi, a vole basta un piccolo barlume di speranza, una stella, una mano tesa e, quella notte diventa luminosa, ma per uscirne bisogna avere il coraggio di continuare a volare.

giovedì 13 agosto 2015

CHI TERMINA LA FRASE....



CHI TERMINA LA FRASE…..


“…eppure sento che è vero, di una verità che non si raggiunge con il ragionamento, ma con l’incontro. Ci sono frasi che sono vere perché alla fine della frase c’è qualcuno…”

                                                                                                                  (Marie Balmary)



 La cometa e Marte, che spettacolo l'incontro ravvicinato

                                                                   (incontro tra una cometa e Marte)

L’estate dovrebbe essere il periodo dove le relazioni riprendono vita, dove c’è più tempo per stare, per fermarsi ad ascoltare, a vivere nuove situazioni e avventure insieme.

Pensavo ad un’amicizia, ad un colloquio terapeutico e questa frase della psicanalista Marie mi ha fatto fermare a riflettere…. Certe verità non si raggiungono con il ragionamento… il ragionamento è a volte pericoloso perché suggerisce le risposte che io stesso desidero ricevere e non è detto sia la Verità.

Ma ad un tratto arriva un incontro, a volte un incontro sconosciuto, inaspettato che con uno sguardo entra nella nostra vita, anche temporaneamente e poi… dopo averci ascoltate…. Se ne va.

Le nostre parole si incontrano e prendono forma nell’incontro con quelle dell’altro e iniziano a costruire una melodia, così, come una serie di note poste una accanto all’altra, suggerite da esperti compositori…

Magari è ciò che inizialmente non avremmo mai pensato divenisse qualcosa di compiuto, di bello e soprattutto di vero perché la bellezza è verità e la verità è bellezza.

Quando una nostra frase diventa vera, anche in terapia? Quando alla fine della frase c’è qualcuno che la raccoglie, quella frase non cade nel vuoto di uno specchio o di una televisione, o di una chat dove dall’altra parte non so chi ci sia, non ne vedo lo sguardo…. È lo sguardo che mi indica la verità di chi mi ascolta.

Abbiamo il tremendo bisogno di essere ascoltati, tremendo perché ci accorgiamo che senza un ascoltatore non possiamo raggiungere la verità di noi stessi…. Anche la preghiera, che a volte può sembrare un monologo raggiunge la verità perché, per chi crede, dall’altra parte c’è un altro che mi ascolta…

Quando una persona fa esperienza dell’altro che è presente alla fine della propria frase, non riesce più a farne a meno e cercherà altri autentici che lo aiutino ad essere verità…

Che dono immenso è l’amicizia, quella vera; che dono grande è sapere che alla fine della mia frase c’è un Tu….

lunedì 20 luglio 2015

UNA TAZZA DI CAFFE'


“…Arrivai all’ora concordata, dopo aver attraversato zone montuose nelle quali mi ero un po’ smarrita nella nebbia. Il monaco mi accolse in portineria. Quando mi vide così congelata, mi chiese subito, mentre mi conduceva in una stanza dove ardeva il fuoco: “Vuole un caffè?”.
La proposta mi stupì, visto il giorno. Quindi l’ospitalità monastica prevaleva sulla regola del digiuno… Scomparve per un breve istante e ritornò con un vassoio, una caffettiera e due tazze: le riempì entrambe e me ne porse una. Mi stupì ulteriormente che un monaco non rinunciasse al caffè la mattina del venerdì santo. (…)
Libertà e gioia caratterizzavano quell’uomo radioso.
Durante la nostra vivace conversazione, non ci eravamo accorti che il tempo passava; quando la campana suonò per l’ufficio, ponendo fine al nostro incontro, rimanemmo entrambi stupiti. Riposi la mia tazza sul vassoio, e mi accorsi che la sua era ancora lì, piena, come se se ne fosse semplicemente dimenticato.
Aveva dunque praticato il digiuno senza coinvolgermi; nessuna costrizione per me, neppure una lezione o un segno che avrei dovuto cogliere. Il digiuno riguardava lui, non me. E aveva comunque deciso di mettere una tazza anche per sé, accanto a quella da offrirmi, anche se poi non l’aveva toccata. Questo gesto di estrema delicatezza corrispondeva a ciò che era accaduto conversando con lui. Come le tazze, i turni di parola erano stati distribuiti tra noi in modo equo, con la differenza che in questo caso il monaco non aveva osservato nessun digiuno.
In un simile incontro, discorrere di “Dio che è relazione”, dell’immagine che ce ne fornisce la relazione umana non era pura speculazione.”

Questo stralcio è tratto da un libro che sto leggendo in questa pausa estiva…
Si intitola “Il monaco e la psicanalista” di Marie Balmary, un dialogo serrato tra i due su Dio come relazione, alla ricerca della libertà interiore…
Vi riporto questo stralcio perché è stato per me motivo di riflessione sotto due ambiti, uno forse più spirituale e l’altro lavorativo. La finezza e l’attenzione del monaco verso la diversità, senza imporre un suo credere, ma nemmeno senza privarsene. Questa è l’intelligenza, o meglio, la sapienza degli amici di Dio. Potremmo declinarlo anche nella nostra quotidianità, non costringendolo solo ad un ambito religioso.
Nel dialogo in famiglia, con gli altri, a lavoro, quanto siamo capaci di questa creatività della sapienza? Quanto i nostri dialoghi valorizzano la reciprocità e non impongono un proprio pensiero, una proprio credo, una convinzione?
Nell’ambiente terapeutico l’importanza di mettere l’altro a proprio agio, di creare uno spazio di movimento e di libertà di espressione e di calarsi al suo stesso linguaggio comunicativo.
In fondo il monaco ha fatto proprio questo: ha usato una semplice tazzina di caffè nel venerdì santo ed essa è divenuta ponte per una conversazione relazionale ricca di reciprocità. Si è chinato verso quella donna, senza snaturarsi, senza perdere la propria persona e il proprio credo, ma lasciando all’altro la libertà.