UNA FRASE AL GIORNO

IL BLOG DELLA DOTT.SSA SR.SARA NICOLINI

“Là dove il dolore si nasconde, cresce la madreperla della vita.

Solo la madreperla stillata dalla carne ferita genera cerchio dopo cerchio un tessuto unico per

forma, colore, lucentezza.

La bellezza della vita è

imperfezione!”

(D’Avenia)

giovedì 19 novembre 2015


LA COMPASSIONE: UNO SGUARDO CHE CAMBIA


"Tutto a un puntino," rispose, inchinandosi, il Nibbio: "l'avviso a tempo, la donna a tempo, nessuno sul luogo, un urlo solo, nessuno comparso, il cocchiere pronto, i cavalli bravi, nessun incontro: ma..."
     "Ma che?"
     "Ma... dico il vero, che avrei avuto piú piacere che l'ordine fosse stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso."
     "Cosa? Cosa? Che vuoi tu dire?"
     "Voglio dire che tutto quel tempo, tutto quel tempo... M'ha fatto troppa compassione."
     "Compassione! Che sai tu di compassione? Cos'è la compassione?"
     "Non l'ho mai capito così bene come questa volta: è una storia la compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender possesso, non è piú uomo."
     "Sentiamo un poco come ha fatto costei per moverti a compassione."
     "O signore illustrissimo! tanto tempo...! piangere, pregare, e far cert'occhi, e diventar bianca bianca come morta, e poi singhiozzare, e pregar di nuovo, e certe parole..."

                                                                                        (cap. 21 Promessi Sposi)


E’ l’incontro con la compassione che cambia il cuore dell’uomo; è l’incontro con uno sguardo di misericordia e di accettazione della realtà che favorisce il cambiamento in una famiglia e in una coppia.
Mentre leggo la relazione sinodale sulla famiglia, cercando di non lasciarmi influenzare dai vari commenti giornalistici, percepisco pienamente la sintonia con il lavoro che svolgo in terapia.
Tutto concorre a sentirmi ancora più a mio agio in quello studietto dove incontro tante storie di sofferenza e dolore, in modo particolare con le coppie che, quando si presentano è perché sono in difficoltà e fanno l’ultimo tentativo prima di dover arrivare alla separazione.
L’accompagnamento di coppie che si perdono, si fanno del male, si allontanano ferite e poi ritornano.
Sguardi di rancore, di dolore, di noia e senza speranza possono trasformarsi? Capovolgersi?
A volte ciò che avviene dentro quelle quattro mura silenziose, fa male anche a me e l’incontro si trasforma in scontro duro e spesso acceso, dove non importa più chi si ha di fronte, l’importante è solo sfogarsi e buttare fuori tutta la sofferenza che spesso si trasforma in rabbia.
Il sinodo parla di “arte dell’accompagnamento”, che non significa dire fate un po’ come volete, ma farsi carico delle difficoltà concrete delle coppie, senza calare dall’alto risposte precostituite, ma piuttosto mostrando come raggiungere concretamente uno sguardo di compassione.
E’ un percorso di umanizzazione nell’esperienza dell’amore, quello che cerco di vivere con loro. Un cambiamento di sguardo che vede però protagonisti loro e non me.
E’ da loro che deve partire il cambiamento; nessun consiglio è sufficiente, per quanto buono e saggio. Ma l’incontro con la compassione e sentirsi accompagnati, dà loro la forza e il coraggio di mettersi in cammino.
A volte ci si chiede che funzione abbia lo psicoterapeuta… Potrei riassumerla dicendo: fare delle domande, ma non domande qualsiasi, domande che cambiano uno sguardo e aiutano a dare una nuova lettura agli avvenimenti passati e presenti rivolgendosi al futuro.
Cosa ha in più uno psicoterapeuta consacrato? Fare le stesse domande, ma senza usare parole, far percepire la compassione di Cristo accompagnando nella libertà. E’ attraverso l’umanità, la vera umanità che passa anche un messaggio nuovo, che magari non sarà mai chiamato Gesù Cristo, ma sguardo d’amore vero, nuovo e lì, dove c’è uno sguardo d’amore vero e compassionevole c’è l’umanità di Cristo.
Penso ad una coppia che sto vedendo da un anno, una coppia che è arrivata a me attraverso la bambina. Sì, perché sono i bambini che portano i genitori manifestando un disagio con dei sintomi. Poi quando vai in profondità, comprendi subito che la fatica è a monte, cioè che quel bambino ha fatto semplicemente da tramite, indicando il bisogno di aiuto dei propri genitori.
Un marito che viveva di rabbia per una moglie che si era allontanata dando tutto: tempo, sguardi, amore ai figli, dimenticandosi di aver accanto un uomo con cui condivide una vita.
Il cammino fatto con loro è stato quello di cambiare sguardo e di comprendere il linguaggio dell’altro; ma soprattutto di accompagnarli al perdono. Sì perché anche in psicoterapia il perdono è la prima terapia. Solo attraverso il perdono si può ricominciare nuovamente a vivere e a stare con occhi buoni di fronte all’altro.






sabato 7 novembre 2015

LA PAURA DI STARE ACCANTO ALLA SOFFERENZA

Di fronte alla sofferenza, ad una sofferenza che spiazza, l’uomo è portato “naturalmente”, a prendere una distanza.
Chi soffre spesso si chiude, isolandosi un po’, come se quella sofferenza fosse un’intimità da custodire e alla quale nessuno può accedere perché incomprensibile.
Questo però sembra giustificare una scelta, non giudicabile, delle persone che hanno un legame con chi soffre.
La sofferenza fa paura a chiunque… se si potesse fuggire da essa, abolirne il termine, eliminarlo da ogni vocabolario e dalla memoria di ogni uomo!
Perché stare accanto a chi soffre fa così paura? Perché quelli che si ritenevano “amici”, di fronte a un dolore si dileguano?
Semplicemente perché si ha paura di confrontarsi con qualcosa che spesso non ha spiegazioni, con un mistero che ci supera.
La sofferenza ci fa sentire piccoli, fragili, impotenti, inadeguati, vulnerabili…in fondo creature.
In una società dove si fa di tutto per esorcizzarla, l’uomo si sente a disagio di fronte a chi soffre. Il dolore è scomodo perché mi richiede una riflessione profonda, mi mette in discussione; mette in discussione l’intera mia vita, le relazioni.
Mi pone di fronte ad una domanda esistenziale e a noi le domande esistenziali spaventano perché vanno a toccare un equilibrio.
Una mamma che perde il proprio figlio diventa una provocazione per la vita di chi le si accosta… per ogni vita, anche per la mia.
E’ più semplice andarsene, piano piano, giorno dopo giorno, con la scusa che …. “cosa potrei fare?”; “quando è così una persona ha bisogno di stare sola”…
Perché l’impotenza diventa così insostenibile? Perché dentro di noi c’è la convinzione che, se non si fa qualcosa, si è inutili.
Non pensiamo che chi soffre non ha bisogno di qualcuno che faccia, ma di qualcuno che abbia il coraggio e l’amore per stare accanto; per esserci con la propria impotenza, con la propria storia… con la consapevolezza di essere semplicemente una creatura….

Stare accanto al dolore ci smaschera, ci dice chi siamo, ci insegna a vivere, ci rende pienamente uomini e donne …. Creature… ed è difficile accettare di esserlo.